Dillo con un cassonetto

Buonasera a tutti e ben ritrovati per il nostro appuntamento ormai saltuario e molte volte rimandato degli articoli strani scritti da me e letti da voi.

Cosa ho da dire oggi sui cassonetti? Sarà per caso questo un articolo di istruzioni su come effettuare la raccolta differenziata? Sarà magari un articolo in cui mi lamento di chi periodicamente scassa la calotta e mi costringe ad andare ai cassonetti lontani per buttare la mia spazzatura? Ebbene, no. Tutto ha inizio a giugno 2024 quando, dopo una serata di aperitivi con amici, mi è venuta la balla triste. Io specialista di questo tipo di iniziative decisamente deleterie, mi sono aggirata con il mio ragazzo per il quartiere piagnucolando una cosa tipo “Faccio schifooo non dovresti stare con me, dovresti buttarmi via! In un cassonetto”. Ma pure nel delirio di questo discorso, ho trovato la lucidità per spiegargli che quando mi avesse buttata, avrebbe dovuto differenziarmi correttamente nell’organico, così non avremmo inquinato. Perché sì, io anche da ubriaca il controllo su qualcosa lo devo avere e quel giorno l’ho mantenuto sul benessere dell’ambiente.

Qualche giorno fa, parlavo con un’amica che si stava lamentando dello stato pietoso degli indumenti di suo marito, risalenti alla sua prima adolescenza e ormai ridotti a una rete per quanto sono rovinati (bro, io ti capisco, non butto niente fino a che i vestiti mi si rompono addosso). Nello sfogo mi dice “Per come è messo, l’ho preso dal bidone giallo dell’umana“. Ne parlo poco dopo con il mio moroso che, a quel punto, mi interroga per scoprire a quale cassonetto appartiene lui. Legittimo, si sentiva escluso dal prestigioso club della monnezza. Io, convinta, lo guardo e dico “Be chiaramente tu vai nel vetro, così pulito come sei”.

Questa serie di fortunati eventi mi ha dato da pensare: che cassonetto siamo? Ci sono test della personalità per scoprire che animale saresti se fossi un pianeta, quindi perché non stilare le caratteristiche umane che hanno i cassonetti e identificare quale sia il nostro? Ebbene, l’ho fatto. Ed eccoci a voi la descrizione di come sarebbero i cassonetti se fossero umani, una lista.

Il vetro

Parto dal vetro, perché l’ho già descritto: il vetro è il cassonetto delle persone pulite e ordinate. Abbastanza modeste, possono passare inosservate, ma senz’altro sono cassonetti piacevoli. Adeguatamente svuotati senza troppa fatica, se te li dimentichi lì comunque non tendono a puzzare con il tempo. Io mi ricordo quando c’erano i cassonetti della differenziata e loro stavano lì, un po’ somiglianti al figlio di Mike Wasowski e una murena. E se proprio i miei mi portavano con loro a svuotare i bidoni, dover buttare il vetro era una vittoria. Stra soddisfacente sentire i rifiuti infrangersi e non sporcarsi le mani svolgendo il compito. Il difetto? Le persone “cassonetto del vetro” sanno essere taglienti.

Gli inerti

Upgrade del vetro sono gli inerti. Che sarebbe dove butti le ceramiche rotte, i piatti, le tazze, forse anche i sanitari. Sono come il vetro, ma più aristocratici. Noti la loro eleganza. Buttare gli inerti è tra e cose più divertenti e soddisfacenti in assoluto. Lato negativo? Non essendo proprio nel giro dei cassonetti tendono a non fare comunella con gli altri, stanno un po’ più sulle loro. E comunque tagliano quanto il vetro.

La carta

La carta è evidentemente il fattone della compagnia dei cassonetti. Serena, colorata, non particolarmente sporca. La carta è un cassonetto accogliente, sciallo, non si prende eccessivamente sul serio.. è paciosa. Molto comune nelle compagnie, potremmo dire che il suo grande difetto sia la fragilità: se piove si scioglie, brucia facilmente, si rompe facilmente, si taglia facilmente.. Insomma, sta sempre accanto al vetro perchè da sola non si saprebbe difendere un granchè. Ma chiaramente non è quello il suo compito nella compagnia.

Il bidone di raccolta dei metalli

Ok questo non so dire se esista, ma se non esiste neanche nelle discariche esisteva comunque nel gruppo di volontariato che frequentavo da adolescente. Ed è lo sbruffone della compagnia. Quello che arriva con il capello fintamente scompigliato, come se fosse appena sceso dalla moto ma indossando il casco dei parrucchieri che si vedono nei film, con la siga in bocca e gli occhiali a specchio. Arriva dagli altri e fa “Bella raga, allora? Che si dice” sapendo perfettamente che lui è l’unico che frutterà veri denari mentre gli altri saranno mandati diretti all’inceneritore. Lui è un po’ il milanese dei cassonetti.

Il cestino delle batterie esauste

Questo direi che è tipo la cheerleader che viene votata reginetta del ballo a fine anno. A suo modo sa essere discreto, ma sa di essere un cassonetto ricercato. Letteralmente, ma che sbatta è tenersi le batterie ossidate in casa e poi cercare il cestino delle pile? Che fra l’altro (non so se sia ancora così, non ho molte cose con pile) era tipo uguale ai cestini dell’indifferenziato, creandomi grandi scompensi quando dovevo buttare le sigarette. È ricercato nel senso che proprio ti ci devi impegnare a trovarlo. Comunque, il suo lo fa senza troppe pretese, senza troppe menate. Gli altri cassonetti lo considerano un po’ snob, probabilmente perché non sta spesso con loro.

Il cestino dei medicinali

Il cestino dei medicinali invece si prende stra sul serio. Secondo le teorie più accreditate, i medicinali scaduti non fanno male ma perdono il loro potere benefico e curativo. Quindi, a tutti gli effetti questo non è un cassonetto, bensì un contenitore. Infatti guarda, ma chi mai ci va e svuota dentro le pillole o versa lo sciroppo scaduto per poi separare le confezioni e buttarle nei cassonetti giusti? Ve lo dico io, nessuno. Perché il cestino dei medicinali non è un vero cassonetto. Infatti lui con questi altri non ci vuole uscire, tutti sporchi e a volte smarcini. Specialmente quel buffone della carta. Altra caratteristica: questo cestino è stra pieno. Stra pieno della vita perché nessuno lo svuota mai. Ma voi lo avete mai visto un cestino dei medicinali vuoto? Io no, sincera. E lui ci tiene tanto a rendere noto che svolge il suo lavoro perfettamente e nonostante ciò neanche il minimo riconoscimento di vuotarlo ogni tanto. Così proprio non si può andare avanti.

La plastica è per i nemici. Puzza e io la odio. Fine.

L’indifferenziato

L’indifferenziato è il cassonetto della compagnia che ancora non ha scoperto chi è davvero. Non ce l’ha una personalità tutta sua, o forse sì ma l’ha sotterrata sotto tutti i rifiuti. Si adatta senza troppe menate a tutto ciò che accade, cerca di emulare il cestino dei metalli perché per motivi di dinamiche tra cassonetti lo vede un po’ come il leader carismatico. Ma se si trovasse solo con carta e quella puzzona della plastica si farebbe le canne anche lui, sicuuuro. Insomma, non sa bene che fare e quindi si accolla ciò che capita. Però alla fine non fa male a nessuno, quindi lo invitano a uscire lo stesso.

Il compost

Il compost totale radical chic dei bidoni. È sostanzialmente l’organico, ma ha fatto l’upgrade a sostanza nutritiva importantissima per fertilizzare il terreno con il doppio beneficio di non generare rifiuti. Vive nel giardino di un’immensa villa in stile rococò in centro città, dove tutto il compost generato non potrebbe comunque contrastare il livello di inquinamento dell’aria. Ma riesce a darsi un tono spacciandosi come migliore degli altri. Ciò che lo rende realmente diverso dall’organico comune è che io non ci butto i bisognini dei miei gatti. Dentro è un idealista. E non sopporta il pallemosce di cassonetto indifferenziato.

L’umido

L’umido non lo posso descrivere perché avevo deciso di buttarmici io e quindi sono di parte, ma comunque non è bellissimo. È tipo il preadolescente dei cassonetti, puzza proprio e non ci si può fare niente, è super svanito e perde i pezzi ovunque. Perché gli altri se lo tengono in compagnia? Chi lo sa ragazzi, probabilmente sa fare i giochi di prestigio.

Il bidone di raccolta dell’olio esausto

Da ultimo, per i nemici ancora peggiori di quelli a cui do la plastica, c’è il bidone dell’olio esausto. Non fatevi ingannare dal nome: è una vera peste, altro che esausto. Esausta sono io (mood bidone dei medicinali).
L’olio esausto è il criminale dei bidoni, quello che si aggira la notte e con il favore delle tenebre fa danni tremendi. Appena ti giri lui si butta dentro un tombino, vanificando i tuoi sforzi di differenziarlo per non inquinare le falde acquifere, perché sì, perché lui è dispettoso e vuole dare fastidio e basta. E comunque forse puzza più di tutti gli altri. Arrivata qui mi sono resa conto che non so chi è la polizia dei cassonetti, ma secondo me sono tipo il trio spaziale carta, plastica e vetro che potrebbero coalizzarsi per combatter questi crimini. Tipo il vetro lo minaccia con quella sua faccia strana, la carta lo asciuga e la plastica così, perché fa parte dei vendicatori ma senza un vero motivo, è che sono sempre insieme quindi mica la lasci indietro dai. Anche se, appena sconfitto l’olio esausto, poi attenti che lei è un volta faccia e torna ad essere il nemico numero uno.

Direi che questo delirio è durato a sufficienza. Non so quali sono altri cassonetti e cestini e raccolte a cui non ho pensato, ma in caso che persone sarebbero? Voi che cassonetto siete? Attendo feedback per messaggio o per commentiii.

Per un mondo meno inquinato e una migliore differenziata,
La vostra Myxozoa

L’amicizia è una relazione e quando finisce non mi piace

Buonasera a tutti, ecco il mio ritorno una volta all’anno su questo blog che non ha più molto di svarionante ma, per quanto riguarda la sottoscritta, va avanti a caffeina.
Di cosa voglio parlare oggi? Ovviamente del fatto che sono molto stufa. E di cosa sono stufa? Non ci girerò intorno, andrò dritta al punto, che ho già anticipato con il titolo: delle amicizie fugaci. In modo particolare sono provata dal fatto che le amicizie vengano considerate in modo differente dalle relazioni familiari come dalle relazioni sentimentali, di coppia, amorose insomma non so come definirle ma ci siamo capiti. Dal principio fino alla loro rovinosa fine, le amicizie non hanno molto di diverso dalle altre relazioni della nostra vita, se non il fatto che ci sforziamo di considerarle differenti.

Ormai sapete che scrivo solo in base alle mie esperienze e per sfogarmi di situazioni che vivo realmente, quindi sì, anche questa è una storia vera. E sì, dovrebbe essere inserita nella Rubrica Cuori Infranti perchè è questa la verità: anche le amicizie possono spezzarti il cuore.

Le farfalle dell’amicizia

Partiamo dal principio. Non so voi, io parlo per me, ma le mie amicizie iniziano sempre sempre con quel senso di novità e scoperta che caratterizza tutte le relazioni nei primi sei mesi di innamoramento. Chiaro, non sento le farfalle nello stomaco, ma quando inizio a frequentare nuove persone con cui mi trovo bene o nuovi gruppi di amici non ne ho mai abbastanza e ho sempre voglia che arrivi la prossima occasione per rivedersi. Ci passo tante ore anche a fare assolutamente niente se non chiacchierare, bere aperitivi, ridere e conoscersi. Forse l’unica differenza tra le relazioni con nuovi amici e nuovi ragazzi è che mi è capitato di dire ai miei amici “Ti sto vedendo veramente troppo, almeno un giorno me ne voglio stare nel mio”. Ma la realtà dei fatti è che ai miei morosi non lo dico perchè me lo dicono prima loro. Altrimenti, verosimilmente, chiederei un giorno di detox anche a loro.

E guardate che parlo da vera esperta: cambio gruppo di amici ogni 1,2 anni. Che fra l’altro è la frequenza con cui i giovani tendono a cambiare posto di lavoro. Probabilmente faccio amicizia solo sul lavoro, perchè è chiaro che lavorando 40 ore a settimana mica vedi qualcun altro che non siano i colleghi, ma il mio disprezzo per il full time a 40 ore non è oggetto di questo articolo. Insomma, lavoro o non lavoro, se ci si trova bene trovo difficile capire come mai una volta che questo cambia si perdano anche gli amici che si erano trovati per caso fra i colleghi.

Cosa succede dopo che ci siamo annusati

Non divaghiamo. Altre similitudini fra amicizia e altre relazioni. Una volta che individuo quelle 3 o 4 persone nel gruppo di amici con cui ho più feeling io cerco di uscirci anche al di fuori dal gruppo, per costruire un minimo di rapporto che si basi anche sulla fiducia. Esattamente come farei con un ragazzo con cui esco, per l’appunto. E’ inverosimile pensare di uscire con un ragazzo e conoscerlo frequentandolo sempre e solo in gruppo. E perchè con gli amici dovrebbe essere diverso? Se ci limitiamo a frequentare le persone durante gli aperitivi in gruppo diventa molto difficile instaurare un legame che ci permetta di mantenere l’amicizia nel tempo. Anche perchè può darsi che determinate persone ci piacciano solamente all’interno di uno specifico contesto, come può essere per l’appunto quello del gruppo di amici.

Il minestrone dei sentimenti

Con qualcuno va bene, con altri meno e si continuerà a vederli quando capita. Ma con quelli con cui va bene, e ci sono sempre, si inizia a costruire un rapporto più solido, più intimo. Che fra l’altro è l’unico aspetto importante per cui poi l’amicizia può funzionare. Perchè se ci conosciamo da 1,2 anni e improvvisamente non ti vedo più non è che poi la volta dopo è come se non ci fossimo mai persi di vista. Nono, ci siamo persi di vista eccome e io lo so e tu lo sai e questo si traduce in un solo sentimento che, guarda caso, non è la fiducia. Quel sentimento si chiama disagio. Nel mio caso misto a rancore, lo ammetto.

E poi?

Quindi cosa succede dopo 1,2 anni? A volte anche meno. Le opzioni sono due: nel primo caso ci si frequenta ancora, per anni e anni, e si crea un vero legame di amicizia per cui se anche non ci si sente per mesi si sa entrambi di poter contare uno sull’altro o sull’altra o sull’altrə. Ma perchè mai dovrei parlare di questo quando ho creato un blog solo ed esclusivamente per sfogare la mia frustrazione? E infatti non ne parliamo, perchè io voglio parlare della seconda opzione.

Ci sono modi per non dirsi “anche basta”

Qui arriviamo alla parte in cui relazioni familiari, amorose e di amicizia differiscono. Perchè quando le amicizie finiscono, finiscono e basta. Tu prova a sparire dalla vita dei tuoi familiari semplicemente smettendo di rispondere al telefono, smettendo di farti vedere e sparendo nel nulla. Lo so, ci sono tanti eroi nel mondo che ce l’hanno fatta, ma diciamoci la verità: per tanti che siano, costituiscono la minoranza. Come si rompono solitamente i legami con la famiglia? Con un miliardo di discussioni logoranti fino a che nessuno scende a patti e le uniche cose da fare sono lanciarsi i piatti in faccia o prendere saggiamente le distanze per evitare di ferire fisicamente qualcuno e, non meno importante, buttare via il meraviglioso servizio comprato con la collezione di bollini del supermercato. Modestamente, ho ancora i piatti con i bordi ondulati e i fiorellini blu stampati, anche chiamati “piatti influencer” per la loro pervasiva presenza nei ricordi di ciascuno di noi. Se hai una nonna sicuramente li hai visti.

Ghostare

Ma parliamo anche dei fidanzati. No perchè per descrivere morosi, uscenti, entranti, quello che volete che spariscono abbiamo creato un verbo: ghostare. Non ci siamo limitati ad odiarli e farci divorare l’anima dai dubbi su cosa è successo, a piangere e sparlare. Nono, abbiamo fatto di meglio. Abbiamo preso un comportamento (demmerda, diciamocelo) e l’abbiamo catalogato. E lo abbiamo anche studiato, perchè ci sono anche studi sul perchè, per come e effetti vari di questa discutibile pratica sociale. Io modestamente ho fatto anche di più, perchè ci tengo a dare il mio utilissimo contributo alla società. Perciò ho scritto un articolo anche su questo, perchè non mi sfugge niente e soprattutto a distanza di alcuni anni posso dire con orgoglio di non aver risolto questi miei problemi.

E le amicizie?

Semicitando un capolavoro, Lo Svarione degli Anelli – Il Ritorno del Padrino vol. II, “Le amicizie muoiono, e basta.” E questa è una grande verità. Triste sì, ma vera. Nella mia vita ho perso un sacco di amici, ma solo due amicizie si sono concluse dopo una discussione alla fine della quale io ho lasciato l’altra metà della situa. E la cosa che mi fa veramente infuriare è che questa cosa sia accettata. Tutti noi soffriamo quando una persona con cui fino al giorno prima sembrava che saremmo invecchiati insieme improvvisamente sparisce. Senza alcun motivo apparente. Solo smette di rispondere, smette di uscire, smette di richiamare, smette di cercarti. Sparisce e basta. Ma non è morta, a differenza degli hobbit e delle lumache. E per fortuna direi, nessuno se lo augura. Ma visto che sei vivo uno straccio di spiegazione me lo vuoi dare? Perchè improvvisamente non ci vogliamo più vedere me lo puoi dire? Accetto questa storia solo in questi casi:

  • Sei appena stato eletto presidente del consiglio e purtroppo non hai più tempo per queste sciocchezze. Ok, lo capisco e lo accetto, ti ho pure votato;
  • In realtà ci amavamo e mi stai ghostando, socialmente accettato, per me moralmente un po’ meno ma almeno so cosa stai combinando;
  • Ho frainteso tutto e il nostro era un lungo colloquio di lavoro alla fine del quale, come ogni rispettabile azienda, mi hai detto “Ci sentiamo di sicuro” e poi non mi hai mai fatto sapere di non avermi scelta, così che io possa rimuginare fino al prossimo colloquio sul perchè non sono piaciuta, cosa ho sbagliato, avrò mai un lavoro, cose così.

Fine delle scuse. Se non si rientra in questa casistica per me finire un’amicizia sparendo dai radar è un comportamento odioso e deplorevole. L’ho avuto anche io? Immagino di sì, quell’amicizia che per me è andata scemando da sola, per l’altra persona magari si è conclusa perchè io sono sparita. Non si può sapere. Ma ci rifletto talvolta.

Alla fine soffriamo sempre

Ho finito? No, ma quasi. La cosa che più di tutto mi intristisce di questa storia è che ogni volta che si ricrea questa situazione io soffro tantissimo e c’è qualcuno pronto a dirmi “Le amicizie vanno e vengono”. E io mi sento cretina a soffrire così tanto. Le amicizie non vanno e certamente non vengono: come in ogni altra mia relazione io ci metto del mio, impegno, emozioni, sentimenti. Non arrivano per caso le amicizie. Sì, le persone saranno persone, le sirene saranno sirene, i gatti pure saranno sirene e i nostri cuori saranno sempre un po’ infranti, ma per cortesia: non sminuiamo la tristezza che deriva da questa situazione dicendo banalità come questa. Diciamoci le cose come stanno: le amicizie sono relazioni, sparire è da cafoni (compresi noi stessi se lo facciamo), essere tristi e rotti dentro quando un’amicizia finisce è assolutamente legittimo.

E comunque per me le amicizie sono importanti, perchè non mi posso sempre sfogare con il moroso. Tipo se il mio moroso mi fa incazzare poi con chi mi sfogo? Con il mio gatto? Nah.

Il diritto di essere brutti

Buongiorno a tutti miei cari e superstiti lettori, come i nostri peggiori incubi anche io torno periodicamente, una volta all’anno, per scrivere un articolo su questo blog quasi dimenticato.
La realtà dei fatti è che sono molto meno arrabbiata di prima, quindi non ho necessità di sfogarmi. Scherzo, è che sono cresciuta e non posso più permettermi di farlo, perchè a quanto pare parlare male di tutto e di tutti non è una cosa che si può fare online senza restare impuniti.

Ogni tanto però accade qualcosa che mi sorprende e quando questo succede decido di condividerlo con voi (che culo eh non trovate?). E vivo in modo ricorrente una cosa in particolare, che mi fa riflettere e un poco incazzare, e questa cosa nello specifico è l’aspettativa costante che le persone intorno a me hanno sull’esteriorità delle persone. E della mia. Quindi perchè non trovare una nuova inutile battaglia morale ed emotiva contro i mulini a vento per rivendicare il mio, il vostro, il nostro diritto di essere brutti? Eccoci qua, bentornati in un nuovo capitolo verosimilmente unico per questa stagione di Svarioni e Caffeina.

Allora, da cosa nasce tutto il mio sproloquio?
Innanzitutto dal fatto che ultimamente mi sento di fare cagarissimo, da qualche mese, ma non è che me la vivo troppo male, semplicemente me la vivo. Ho tagliato di nuovo i capelli perchè mi vedevo la faccia sempre sporca (ma mi lavo, giuro) e nonostante ciò non vedo la mia faccia pulita, ho passato l’inverno in leggins e circa 4 strati di maglioni per sopravvivere alle rigide temperature invernali e pensavo sarebbe migliorata in estate, tuttavia niente, ho continuato a fare schifino.
Poi ogni tanto succede che devo uscire, ho un concerto, una cena, un qualcosa e mi tiro insieme e mi sento anche piuttosto fica ma poi il giorno dopo mi sono già stancata di questo e torno ai miei vestiti larghi e le mie canottiere tutte rotte.

Come sapete dai miei precedenti articoli, ho un rapporto piuttosto conflittuale con l’esteriorità e in particolare con i canoni etero-imposti da rispettare per essere considerata tipo normale e non sciatta. Per non parlare poi delle strane regole tipo se lavori a contatto con il pubblico anche se ci sono 170° non ti puoi mettere la canottiera e devi morire male, mah per me sopravvivenza batte bellezza sempre, ma a quanto pare è una cosa mia. Mi è capitato ultimamente di discutere anche con una certa animosità su questo argomento, scontrandomi con persone che, al contrario di me, si concentrano molto sull’esteriorità e molto poco sull’interiorità propria e degli altri. Come se fosse più importante essere adeguati al contesto che starci bene. E io questa cosa proprio proprio non la capisco, se mi sento a disagio vestita o comunque combinata in un certo modo alla fine credo di risultare comunque più brutta. La prova inconfutabile ce l’ho ed è dimostrata: in leggins e maglietta e struccata mi suonano il clacson tanto quanto quando mi tiro a bigolo, se non di più. Perchè davvero, se io ci sto male in un vestito alla fine smetto di brillare in ogni caso, e sembro comunque bruttina.

L’altro giorno stavo parlando con il mio psico che mi ha parlato appunto di questa mia oscillazione tra giorni in cui ero tutta figa e giorni in cui invece ero “sciatta e trasandata”, non riuscendosi a spiegare questo cambiamento repentino di stile. E io ci sono rimasta perché dallo psico vado per essere capita, se non mi capisce lui tantissimi auguri amori perché nemmeno io per prima mi capisco sempre sempre, altrimenti non pagherei qualcuno per farlo al posto mio. Quel giorno ero struccata, con i capelli tutti scombinati e vestita anche abbastanza comoda e ho pensato “chissà cosa pensa di me oggi” e mi sono posta questa domanda verso tutte le persone che mi hanno incontrata da lì in poi. Al punto che il giorno dopo mi sono truccata per andare al lavoro e stare sola al computer per ben 7 ore (cosa che non faccio praticamente mai). Che poi ora che sono tornata a casa e ho visto qualcuno il trucco era tutto sgualcito, quindi fatica inutile.

E qui torniamo all’inizio di questo luuungo giro: alle volte io sono stanca. E anche quando mi sforzo di essere più bella, meno “sciatta e trasandata”, mi trucco e mi vesto poi dopo un po’ mi stanco. Qualche volta ho il ciclo e mi sento una specie di palla che cammina e posso vedermi solo se mi metto dei maglioni enormi da uomo che mi inglobano quasi completamente, perchè di si, perchè non voglio far vedere agli altri la palla che c’è sotto. Ma poi io voglio dire una cosa (un’altra): io non voglio esportare la mia modalità fuori da me medesima e anzi, ammiro davvero tanto le persone aliene che riescono ad essere sempre belle al 100% e valorizzarsi però ve lo devo chiedere, come cavolo fate?

Con un lavoro full-time, vivendo da sola, spese, pulizie, tragitto lavoro-casa casa-lavoro, io sono stanca cavolo. La mattina quando suona la sveglia il mio primo pensiero non è mai “devo truccarmi” o “cosa mi metterò oggi per essere splendida?” lavorando 8 ore al pc. Nono, il mio primo pensiero è “fottetevi tutti, vi odio, rimando la sveglia e metto il caffè nel bicchierino di plastica così lo bevo mentre vado a prendere il bus e dormo 5 minuti in più“. Potrei mai tirarmi insieme e brillare? Nono.
Però se fra voi c’è qualcuno che riesce a mostrare sempre al mondo la versione migliore di sè, ti preeeego rivelami il tuo segreto.
Per tutti gli altri che invece sono stufi di performare e a volte vorrebbero solo uscire in pigiama: facciamola una petizione per approvare una volta per tutte e definitivamente il diritto di ognuno di noi a fare schifo. Perché performare stanca una cifra ragazzi e non si può performare sempre e soprattutto non si può performare in ogni ambito delle nostre vite. Qualche cosa va sacrificata. Potrei magari sacrificare che so io un’ora di lavoro giustificandola con la mia stupefacente bellezza, o non riordinare mai più la casa perché devo già riordinare me, ma non so io credo che non sarebbero mosse approvate. No ma poi io o so che ho una scusa per tutto, però diciamocelo fra noi: l’estate fa caldo, comunque sia si pezza, il trucco cola e niente di bello; l’inverno è la stagione del letargo, alle 16 fa buio ed è già ora della nanna, sprecare le 4 ore di luce per farsi belli mi sembra proprio indelicato nei confronti degli scoiattoli che hanno messo via il cibo tutto il resto dell’anno e vivono proprio poco quando fa freddo. Pensando agli scoiattoli direi che loro comunque sono sempre belli pur essendo nudi e struccati, quindi forse la risposta ai miei problemi è avere la pelliccia. Ma mia mia, non quella che compri e ti metti addosso. Come uno scoiattolo. Forse è la coda invece la vera forza degli animali, è così che fanno ad essere belli. Comunque cose inarrivabili essendo io un essere umano. Evoluzione mi spieghi perchè mi hai resa quasi totalmente priva di peli per costringermi a coprirmi con altre cose ma che siano anche belle e mettermi dei colori sulla faccia? Ma è questo forse un bruttissimo scherzo? Un terribile incubo? No, è la realtà mannaggia.

Ma che poi parliamo un attimo di questa storia di truccarsi sempre che secondo me non ci sta. Truccarsi porta via tempo e poi sapete cos’altro porta via tempo? Struccarsi dopo quando si torna a casa. Non so, davvero vale la pena farlo sempre sempre per nascondere le occhiaie che ho perchè sono stanca perchè sono sempre impegnata a dare il meglio in tante cose? Amici e amiche, io non ce l’ho una risposta a questa domanda però mi depilo le gambe d’estate e mi lavo, credo sia abbastanza per il mondo.
E poi voglio sapere gli uomini che non si truccano come fannooo mariaaa ma è mai possibile che se io non mi trucco sono sciatta e trasandata e loro se non si truccano sono solo uomini etero socialmente approvati? O non etero, comunque socialmente approvati più degli uomini che si truccano.
Davvero per me questa storia è una tortura e va bloccata sul nascere. Basta con le performance, abbasso la bellezza, evviva le occhiaie e le tute sgualcite io mi sono veramente stufata.

Bene amici, per oggi e probabilmente per tutto l’anno io ho dato, ho detto la mia e sono a posto. Forse ho aggiunto i commenti quindi se volete farmi sapere cosa ne pensate di questa TRUFFA evolutiva, fate pure. O in privato non lo so, se siamo abbastanza io la petizione la faccio vedrete.
Come sempre, con la prospettiva di un mondo migliore.

Baci baci da Myxozoa

La mia imperturbabile, mal riposta e controproducente fiducia nelle persone

Buongiorno a tutti ami della Myxozoa, come state?
Vorrei farvi sapere che ho aggiunto i commenti (spero) agli articoli, così mi potete anche rispondere a questa domanda che fino ad ora è stata retorica. Ehhhhhhh che twist.

Di chi ci fidiamo?

Quando stavo all’uni, prima di un esonero di uno degli esami in assoluto più brutti da studiare, solo solo per il mio gruppo di lettera, i docenti del corso ebbero la meravigliosa idea di sottoporci un questionario come gruppo di controllo per una ricerca sul grado di fiducia (poi non ho idea di quale fosse l’obbiettivo di questo questionario). Ma proprio ci costrinsero a partecipare dicendo che non ci avrebbero consegnato la prova d’esame fino a che non finivamo. È forse questa la storia di quando ho perso fiducia nelle istituzioni? Ovviamente no, io sono sovversiva da molto prima. Però ecco, era interessante il sondaggio alla fine perché chiedeva di esprimere il proprio grado di fiducia (tipo da 0 a 7) nelle “persone”. Io in vera difficoltà perché praticamente sono nata con alcuni difetti e uno di questi è avere totale fiducia nella bontà degli esseri umani ma zero fiducia nella gente che mi sta intorno tipo gli amici (zero no ma ci arrivo con grande calma ad averne). E niente, io vi vorrei parlare oggi di quanto mi fotta credere che le persone siano buone e sincere con qualche aneddoto tratto dalla vera storia della Myxozoa. Buon divertimento ami.

Quella che mi ha fregato i soldi per il gelato

Questo fatto accadde sempre mentre frequentavo l’università, un periodo non particolarmente ricco (dal punto di vista economico proprio) della mia vita. Accadde che mio padre un giorno decise di lasciarmi il resto di 20€ dopo una commissione per portarmelo a Torino e comprarmi i gelati, che come molti di voi sapranno costano milioni. Mi ricordo bene quel giorno perchè già il viaggio era stata una merda, un tipo era volato per terra di faccia alla stazione perchè era ubriaco e si crepava di caldo, avevo dovuto chiamare l’ambulanza, lasciare le generalità in quanto unica testimone rischiando di perdere il flixbus che era però in ritardo di duemila ore come al solito, duemila ore passate a gocciolare tanto che quando arrivai a destinazione ormai potevo essere bollita tra caldo e sudore, poi dalla stazione a casa anche autobus in ritardo, un delirio insomma. Niente, arrivata alla stazione mi avvicina una tipa che mi chiede se sono così fortunata da avere i genitori, che lei non li ha e lei e altri ragazzi raccolgono soldi per persone che non hanno i genitori e tante cose bellissime. Io nel portafoglio avevo i miei bei 20€ più della moneta, tipo 2 euro e 50, non so bene. Dato che un po’ sono fessa ma non del tutto le avevo dato le monete. Questa comincia a dirmi “Grazie, ma comunque sei bellissima, hai degli occhi stupendi..” e roba così e inizia “no ma guarda non è che hai dei soldi in carta che me li cambi, io ti rendo la tua moneta e altre monete e mi dai i soldi in carta”. Ah ecco, mi correggo, avevo anche altri 5€. Questo è il punto in cui inizio ad essere molto più fessa e infatti le do i 5€ e lei mi da delle monete. Solo che nel tirare fuori i 5€, dal momento che il mio portafoglio (come ogni altra cosa che può fungere da contenitore che io possegga) è pieno di spazzatura avevo tirato fuori anche i miei 20€ dei gelati di papà. Questa li vede e mi dice “No ma guarda che allora mi cambi anche questi”, me li tira via di mano, comincia a farmi vedere che fa dei conti strani, mi mette altri soldi in mano, fa cose, mi cadono gli orecchini per terra (pure quelli avevo nel portafoglio) me li raccoglie e poi “Ciao bella, sei gentilissima, buona serata eh e buona vita grazie”. E io non so come resto tipo con 10€. E basta. E niente gelati.
Questa è la storia di come ho deciso che io cash non ne tengo mai più e comunque se fate così io neanche 5 centesimi vi do la prossima volta, solo i ramini che nemmeno la macchinetta li vuole.

Il famoso virus del cazzo

Quest’altra storia è un po’ più creepy.
Sempre durante l’uni avevo conquistato questo tipo con cui però si volevano cose diverse, indi per cui non era finita in alcun modo. E infatti lui è finito di diritto nella mia Rubrica Cuori Infranti (e dopo questa aggiunta secondo me saprete indovinare che bel nome gli ho riservato). Con questo sentiti mai più, fino alla pandemia, nel 2020.
Un giorno mi trovo un suo messaggio su telegram dove mi chiede come sto. Già lì io stupida idiota che rispondo perché penso che alle persone si debba rispondere sempre, metti che sia successo qualcosa sai, dopo due anni che non ci si parla uno perché dovrebbe scrivermi altrimenti. Dopo un po’ che conversiamo mi dice “Guarda, è un po’ imbarazzante ma ti scrivo perché delle mie amiche mi hanno segnalato di aver ricevuto mie foto intime su telegram e quindi sto sentendo i miei contatti per chiedere se sia successo anche a loro” e aggiunge “penso di aver preso un virus” e io serena “nono tranquillo, io non ho ricevuto niente”. Poco dopo comincio a ricevere foto del suo membro eretto a raffica. Cancello la chat e gli scrivo “Ehm guarda, ora è successo”. Lui si scusa, tutto mortificato e mi chiede “Ma per caso le hai guardate?” – :O (questa la mia faccia mentre scrivo ora). Già qui dovevo capire che c’era qualcosa di strano, ma invece ho pensato che fosse un modo originale di uscire dall’imbarazzo della situazione e gli dico “onestamente no”. E la conversazione finisce. Peccato che nei giorni successivi ho ricevuto foto di cazzo a raffica tipo ogni 5 minuti e continuavo a cancellare la chat e a dirgli “Guarda che mi arrivano ancora ” e lui “scusa scusa scusa, sto risolvendo”. Io non so quanto sia andata avanti questa situazione, durante la quale fra l’altro mi sono preoccupata per questa persona e del fatto che un virus stesse invadendo la sua privacy e la sua intimità diffondendo foto di nudo. Comunque a una certa l’ho bloccato perché era imbarazzante anche per me. Al che gli scrivo su whatsapp – :O questa la mia faccia incredula ora della mia stupidità assoluta – e gli dico “Ciao guarda, non averne a male ma ti ho bloccato su telegram perché continuavo a ricevere le tue foto, spero che la situazione si risolva”. Lui capisce, mi chiede ancora scusa e tutto quanto. Qualche giorno dopo mi scrive per attaccare bottone. E anche altri giorni dopo ancora. E nel mentre io ho scoperto (interpellando persone che conoscono il mondo dell’informatica) che i virus che riconoscono le foto del pene e te le rubano e te le mandano in giro su telegram non esistono.

Il malocchio che non ho più

E infine la storia più divertente, anche questa successa durante gli anni dell’università.
Me ne stavo andando a mangiare con gli amici ed era fine mese, fine mese dove ero arrivata con ben 10 euro in tutto. Il luogo di ritrovo scelto era proprio l’università e io mi stavo recando lì a piedi. Mi ferma una signora dicendomi che mi è stato fatto il malocchio e che me lo vuole togliere. Io presa malissimo le dico “Guardi, mi dispiace tanto ma non posso davvero darle niente” e lei “no ma tu non devi pagare, io ti tolgo il malocchi, dammi dei soldi” e io “no, scusi, non ci siamo capite, io non le posso dare dei soldi ” e lei “no ma tranquilla, io te li rendo dopo“. E io babba totale che faccio? Ovviamente le do i miei 10€ (e in questo caso, a differenza della storia dei gelati, non ne avevo altri). Niente, questa comincia a dire cose strane in modo concitato, con una cadenza tipo da litania e poi si mette a sputare sul pugno dove ha messo i soldi e me lo porge e mi fa “Sputa!”. E io ho sputato, che dovevo fare ormai? Continua a farfugliare che una mia amica che non mi vuole bene mi ha fatto il malocchio e altre cose che non capisco e ogni tanto si sputa tutti su questo pugno con i soldi finchè, finalmente, la litania finisce. E lei soddisfatta mi dice di avermi tolto il malocchio. “Bene, mi ridà i soldi?”, “Eh no, non posso darteli, adesso hanno il malocchio, non puoi toccarli più“. Raga giuro, il panico, non avevo nient’altro, ma poi come cavolo li chiami i tuoi genitori per spiegare che hai finito i soldi perchè una tizia voleva toglierti il malocchio e tu le hai dato tutto quel che avevi? Cioè scema totale. Niente, mi metto a pregarla di ridarmeli dicendo che non avevo nient’altro, le ho aperto il portafoglio vuoto (carestia al punto che manco la monnezza conteneva) davanti per farle vedere che non mentivo, dicendo che dovevo mangiare e non potevo e come avrei potuto fare. Alle tante mi fa “Dai va be, facciamo fifty fifty” e mi rende 5€.
Ovviamente li ho presi, e questa è la storia di come non solo ho creduto a una signora che voleva togliermi il malocchio ma mi sono trovata io a chiedere a lei la carità per mangiare.

Questa è brutta a caso

Una volta poi una che chiedeva l’elemosina si è messa a urlarmi dietro perché a lei non avevo dato niente e a un’altra che chiedeva invece sì (non era vero, ci avevo solo parlato) e al mio “Ma mi scusi, le ho detto che non ho niente” seguito dalla solita dimostrazione del portafoglio aperto perché comunque io cash non ne voglio e non ne tengo, mi dice “Va be, vai a prelevare” :O io maltrattata da tutti, ma perché.

Queste storie di vita fanno solo ridere, perché a parte non tenere mai più soldi con me io vi giuro che sarei in grado di credere a qualcuno che mi dice che ha visto gli asini volare. Ma meglio se è uno sconosciuto per strada.
A volte mi fa piacere non perdere fiducia nella bontà delle persone, perché anche dopo tante delusioni, tanta tristezza alla fine poi ci credo sempre ed è così che ad oggi ho degli amici e alcuni di loro non sono gatti ma umani. Però ecco, è un po’ controproducente questa cosa perché mi faccio fregare sempre e da tutti.

Spero di avervi fatto ridere con le mie storielle, a prestooo
Un bacio dalla Myxozoa

Fissazioni e fobie assurde

Buonasera amii, come state? Che poi io chiedo ma non mi risponde mai nessuno.
Per rispondere a nessuna domanda, io sto abbastanza bene, ancora in ripresa da relazioni (alcune reali e alcune che sopravvivono solo nella mia mente) fallimentari di cui presto o tardi vi parlerò, con una casa che finalmente sembra aver assunto una forma accettabile e adeguata alla mia sopravvivenza, sempre galleggiando in tutto ciò che crea il contesto della mia esistenza.
Per oggi sospendo la gagliardissima ripresa della Rubrica Cuori Infranti perchè mica posso tornare perdendo la bussola del blog. Che poi l’ho persa da mo’, gli ultimi anni ho portato quasi solo una Myxozoa mesta e pensierosa che di myxozoa aveva solo la “v” ormai, però ecco vorrei riprovarci a portare un po’ di leggerezza qui sopra. Per questo motivo decido oggi di condividere con voi le mie fissazioni e le mie fobie più assurde e vedremo insieme con quali skills sopravvivo alla mia stessa esistenza piena di problemi che, come vedremo oggi, sono totalmente inventati.

Non buttare mai niente

Partiamo dalle fissazioni, così posso fare un’escalation e arrivare al culmine della follia con le mie fobie pazze. Allora io non butto niente e con niente intendo assolutamente niente. Ho tenuto per mesi carte di caramelle dentro al porta tabacco solo perchè erano belle. E che me ne faccio anche se sono belle? Niente, ma qualcosa dentro di me dice “Ma se poi magari ti tornano utili?“. E c’è un’altra voce anche dentro di me che dice “Suvvia, non ti serviranno mai a nulla”, ma per qualche motivo scelgo di non ascoltarla. E poi accumulo veramente la qualunque, non posso spiegarvi il dolore immenso che provo ogni volta che mi separo da qualcosa e lo metto nella spazzatura, ma cose che vorrei riutilizzare tutte le confezioni in plastica del cibo che compro pur di non buttare, ho una collezione invidiabile di bottiglie belle ma quelle butte restano difficili da lasciare andare. Praticamente vivo in una costante condizione di lutto provocata dall’esistenza della mia stessa spazzatura. Come si sopravvive a ciò?
Be’ intanto prima o poi credo ne parlerò con la mia terapeuta, perchè riconosco che non mi fa tanto bene. Secondariamente ho iniziato a fare questa cosa sana che sarebbe svuotare settimanalmente tutte quelle cose che rendo contenitori di spazzatura come borse e tasche e ho scoperto che è liberatorio. Se proprio non bastasse, posso piangere la mia defunta monnezza mentre la butto nei bidoni. E qui è tutto per il capitolo “accumulatrice seriale” perchè ve l’avevo anche detto che non sarebbe stato un articolo pesantone, quindi sappiate solo che ognuno ha i suoi difetti e le sue fisse ed è importante conviverci sopravvivendo, non per forza superarli, soprattutto se non siamo pronti per farlo.

Le cartoline

Questa è invece una fissa che adoro e che in qualche modo trovo molto dolce. Io amo le cartoline, le conservo dal lontano 2009 e adoro riceverle e mandarle e portarle alle persone. Quando vado in qualche posto vado alla ricerca di cartoline che prendo come souvenir. E poi le attacco su qualsiasi superficie occupabile perchè in questo turbinio di disagi come farsi mancare l’horror vacui?
Fra l’altro volete sapere come si convive con fissazioni di questo tipo che sembrano solo proprie perchè intorno a te la gente non compra più cartoline e trova improbabile queste scelte di souvenir? Per non parlare poi del pressing per velocizzarmi nella scelta come stessi scegliendo non so, che mutanda indossare oggi. Ma lo volete capire che poi io queste cose le uso per addobbare la mia vita facendo arte terapia? Ma che io ti metto fretta mentre scegli l’ennesimo ciapa pulver che terrai lì scomposto sulla tua cassettiera fino a quando lo butterai perchè riordinando ti renderai conto che non hai davvero posto per questi oggetti tridimensionali nella tua vita? No. Ecco, lasciatemi scegliere in pace. Comunque dicevo, come ci convivo? Intanto serenamente, non è una brutta fissa. Ma, come per tanti altri punti di questa lista, nel momento in cui l’ho visto e ne ho parlato ho scoperto che non sono l’unica, e così adesso ho amiche a cui mostrare orgogliosamente i miei pezzi da collezione e con cui addirittura capita di scambiarsi le cartoline. Perché, in fondo, non siamo davvero così speciali.

I calzini (ma quelli puliti, non quelli indossati già sporchi di piedi)

Anche questa è una fissazione carina e non invalidante che però a volte mi provoca degli scompensi. Intanto dovete sapere che io adoro avere sempre una cosa particolare. Non mi bastava chiamarmi Myxozoa? No, infatti non è il mio vero nome ahimè. Potrei anche vestirmi tutta nera, ma un dettaglio giocoso, un dettaglio che non mi fa prendere troppo sul serio lo devo avere. Ad essere onesta ne ho quasi sempre più di uno, ma ho deciso di sfogare questo bisogno di creatività principalmente attraverso le calze. Ad esclusione delle calze a maglia infatti io non ho calzini neri. Ne ho alcuni bianchi che uso quasi esclusivamente con i leggins perché con quelli le calze non si vedono e metterli con calzini colorati o giocosi corrisponderebbe a “sprecarli” perché poi non li ho più a disposizione quando indosso indumenti che mi aiuterebbero a sfoggiarli.
Ci sono lati oscuri? Nelle calze ovviamente no, sono belle e scelte con cura perchè siano calde d’inverno e accettabili d’estate, sono colorate e sono fantasiose, quindi no. Ma nella fissazione sul loro utilizzo sì, un pochetto. Perché io le voglio anche abbinare, anche se sopra ho messo gli stivali e nessuno le vede io ho bisogno della consapevolezza di averle abbinate adeguatamente al mio abbigliamento. Che vuol dire che se un giorno avevo deciso di vestirmi in un certo modo ma non trovo le giuste calze (tipo perché non ho fatto la lavatrice dal momento che non ho uno stendino, la faccio solo di domenica perché la corrente costa meno e puntualmente lunedì piove) devo cambiare outfit perché non si può uscire con le calze abbinate male. Poi sopra posso anche mettere un maglione fucsia con i pantaloni verde militare, ma le calze devono essere abbinate. Se proprio non ai vestiti almeno al trucco. Capita addirittura che mi trucchi nuovamente tipo cambiando rossetto per essere finalmente felice e serena uscendo con le mie calze sbarazzine.
Poi ho trovato un sito stupendo che ha trovato proprio il modo giusto di chiamarle: “calze buonumore“; praticamente fanno le calze appaiate ma diverse fra loro e tutte con fantasie meravigliose che me le comprerei a pacchi mannaggia alla povertà. Attualmente ne ho 6 paia di quelle, quasi uno per ogni giorno della settimana, che pace dei sensi.

I piedi

Passando alle fobie inizio da una che è stata più e più volte citata in questo blog, che fa parte dei primi articoli che hanno lanciato la mia creatività nella scrittura di articoli scemini. Parlo proprio di loro, i famigerati e temuti piedi. Che dire, ho dedicato un intero articolo ad essi quindi non ha senso tornare a parlarne riassumendo il disagio provocato dalla loro esistenza. Posso però narrarvi un aneddoto divertente.
I miei fratelli, che sono proprio un po’ cancherini su ‘sta cosa, hanno adorato per molto tempo farmi i dispetti con i piedi (parlo al passato solo perché non vivo più con loro quindi semplicemente sono impossibilitati a disagiarmi) e una volta stavo parlando con un amico di mia sorella, si sono tutti accordati e lei da dietro mentre chiacchieravo mi ha poggiato un piede sulla schiena provocando un mio improvviso ma sonoro e duraturo urlo che è stato filmato dall’amico complice di questo complotto. Il video è sul mio profilo instagram e salvato sul mio telefono, purtroppo l’amico non se lo aspettava e ha filmato solamente per un secondo: vi assicuro che lo strillo è durato molto di più.

Gli interruttori

Ecco questa è già più complessa da gestire. Praticamente io ho paura di toccare e premere gli interruttori perchè ho il timore di suonare inavvertitamente dei campanelli che per qualche oscura ragione sono posti accanto alla luce. Questa nello specifico non è una paura inventata, anche nella mia attuale casa l’interruttore accanto a quello della luce serve a suonare un campanello, ma lo so e per questo non vivo al buio. Quando però sono in posti sconosciuti purtroppo non posso sapere dove siano campanelli e allarmi e dove le luci; che poi, quali luci? Molti interruttori non seguono una logica spaziale ma sono disposti a caso, quindi potresti toccarli per accendere la luce in bagno e spegnere la luce della cucina dove stanno tutti. Quindi io gli interruttori semplicemente non li tocco, specialmente nei luoghi pubblici. Un sacco di volte vado al bagno nei locali, nei bar, nei ristoranti nel buio più assoluto sperando dentro di me che si siano evoluti mettendo la fotocellula, ma niente. Piscio al buio piuttosto che sbagliare interruttore. Ho detto interruttore così tante volte che non so nemmeno più che vuol dire.

Le telecamere nei bagni pubblici

E poi la mia grande grande e insensata fobia. I bagni pubblici. Tante persone non li amano, in realtà credo che in fondo nessuno di noi li apprezzi veramente, ma alla fine svolgono un compito nobile e senz’altro funzionale quale è permetterci di svuotare la vescica anche quando non siamo nel confort delle nostre abitazioni. Però per qualche ragione io ho paura che nei bagni pubblici ci siano le telecamere e che le persone mi spiino. E se non ci aveste mai pensato, prego.
Come sopravvivo? Facile, tanto tengo la luce spenta, sono al sicuro. E se c’è la fotocellula? Fortunatamente sono sia paranoica che fatalista e per questo alla fine mi dico che pur essendo un’eventualità del tutto improbabile, anche fosse ormai che ci posso fare? Posso mai morire di pipì e di vescica esplosa perché non la faccio? Posso mai non bere per non dover usare il bagno? No, quindi essere spiata è il male minore, posso correre questo rischio.

In realtà ho finito, ma volevo anche dirvi che ho trovato un infallibile metodo per sopravvivere al mio stesso disagio che è negare l’esistenza di ciò che non mi piace e che non capisco. In che senso? E come funziona? Facile: i piedi non mi piacciono?, porto avanti con fierezza l’idea che siano inutili e che staremmo meglio senza. Non riconosco la destra dalla sinistra?, lo spazio non esiste. Sul negare le lampadine e i bagni pubblici ci sto ancora lavorando, prometto che appena trovo un escamotage ve lo dico.
Comunque per quanto strambe anche queste sono cose che mi rendono me, quindi un pochino mi piacciono.

Per questa sera è tutto ami, un bacino <3
Myxozoa

The Profumierǝ

Ed eccoci qui ben ritrovati per una nuova analisi dei nostri adorati pezzi da collezione della Rubrica Cuori Infranti.
Anche oggi, come per l’ultima volta, mi getto su un classicone, uno di quei casi che almeno tutti noi, una volta nella vita, abbiamo tastato -purtroppo, come si vedrà poi, solo in senso figurato- un caso che è così famoso da aver ricevuto ben più di una denominazione all’interno del linguaggio colloquiale. Indifferente maschi o femmine, etero o meno che siano, parlo proprio di loro, l3 profumier3.

Tanti modi per dire…

Decido in questo caso di utilizzare la ǝ e il plurale fatto con il 3 perché, per l’appunto, non vorrei fare distinzione di genere. Infatti nelle altre denominazioni attribuite a questi particolari soggetti ne troviamo 2 che hanno una connotazione particolarmente sessista, a partire da “quelle che la fanno solamente annusare”. No, non è sessista perché solo gli uomini hanno il naso, ma perché solamente noi femmine abbiamo questa capacità: mai sentito di uno che lo fa annusare.
Inoltre da come i maschi descrivono la situazione parrebbe che annusarla, se poi te la dà, sia piacevole. Io non ho condotto sondaggi tra altre ragazze ma sinceramente se uno me lo sventolasse davanti con l’intenzione di farmelo annusare no, non sarei contenta, anche se dopo dovessimo consumare un piacevolissimo amplesso. Che non consumeremmo mai perché mi ha comunque appena messo il cazzo in faccia del tutto ingiustificatamente.
Nemmeno entro nel merito della denominazione sessista numero 2, che poi in ordine di orrore è la numero 1, ovvero “le fighe di legno”: si potrebbe scrivere un trattato scientifico riguardo a quanto sia deplorevole parlare delle ragazze in questi termini, ma dal momento che questa non è una rivista scientifica, bensì un blog pieno di fesserie e rancori mitigati dall’umorismo, eviterò e lascerò che il sottinteso di questo paragrafo lavori da sé. Ma che poi voglio dire, ma che insulto sarebbe mai “cazzo di legno”? Che poi la cosa più verosimigliante nel gergo comune è in effetti “verga” che solitamente viene usato come complimento. Oh come la metti la metti di sessismo stiamo parlando, sessismo e doppi standard.

Ed ecco che così ci atterremo ad un ben più neutro, gender friendly e soprattutto incomprensibile nel suo reale significato “Profumierǝ”.
Prima di proseguire, i soliti disclaimer: se mi scappa di parlare al maschile è perchè ho solo esperienza con i maschi, non tutti i maschi sono profumier3, non tutti i maschi sono brutte persone, sicuramente alcun3 profumier3 sono belle persone che fanno scelte discutibili ma soprattutto ricordiamoci sempre che siamo tutti o siamo stati o saremo il caso umano di qualcun altro.

Fatte le dovute premesse, possiamo iniziare con l’analisi di quest3 splendid3 personagg3.

Si sarà capito dalla premessa che con queste persone non si arriva al sodo mai. Per questo motivo la nostra solita analisi basata su fiorellini, innaffiatoi e mollicci sarà totalmente concentrata su questi ultimi e non terrà quasi per nulla in considerazione il ruolo della botanica. Anche per questo è molto sensato che questo articolo si riferisca indifferentemente a maschi e femmine ma al solito ho esperienza solo con i primi quindi sulle donne non garantisco per l’accuratezza della descrizione.

Chi è mai?

The Profumierǝ è semplicemente l’evoluzione di un ambiguo che ci ha creduto veramente ma veramente tanto. Facciamo un piccolo ripasso: gli ambigui mandano segnali contrastanti che, anche quando codificati, vengono utilizzati a proprio piacimento provocando confusione e delirio nell’animo delle proprie vittime che cercano di barcamenarsi in questo assurdo e già difficile mondo dei segni assolutamente poco ben definito.
Ecco The Profumierǝ ha l’abilità di mandare segnali chiarissimi, che anche quando non sono stati codificati a forza di dai e dai vengono necessariamente interpretati in un solo senso: “Sono interessatǝ”. E The Profumierǝ lo sa, è consapevole del messaggio che veicola tramite questi segnali e il suo gioco è esattamente questo: far credere di avere un interesse di tipo romantico o sessuale nei confronti dellǝ malcapitatǝ.

Prove di un molliccio senziente

Dobbiamo focalizzarci sui soliti ruoli giocati da fiorellini, innaffiatoi e mollicci. Come già specificato precedentemente, in questo specifico caso il nostro interesse nello studio è focalizzato sul molliccio.
Questo molliccio è speciale, è diverso dagli altri: ha più di due neuroni e nessuno di essi gioca a nascondino; costituisce dunque a tutti gli effetti la parte senziente (e vitale) di quest3 soggett3 (raga comunque usare ǝ e 3 molto molto difficile).
E a questi mollicci piace una cosa in modo particolare: essere piaciuti. Essere ammirati, apprezzati, adulati accresce smisuratamente l’ego dei mollicci che dunque fanno in modo di continuare ad alimentare le speranze di un futuro che non preveda la friendzone nei cuori delle proprie vittime. Ed è per questo che posso affermare con relativa certezza che The Profumierǝ sia consapevole dei segnali che manda, del significato che essi hanno nel mondo poco codificato dei segnali e dell’effetto che questi segnali fanno sui malcapitati che incontrano.
Semplicemente se ne fregano del fatto che stanno alimentando false speranze nei cuori delle loro prede poiché per loro questo pericoloso gioco vale la candela della disperazione altrui.

Come ce ne liberiamo?

Innanzi tutto dobbiamo riconoscerli e io raga non so riconoscere un bel niente, lo sapete bene, se fossi in grado non avrei una così vasta collezione di scemini.
Uscire da questo loop di inganni, false speranze e delusioni continue è estremamente difficile. Infatti il desiderio delle vittime viene costantemente alimentato e ad un certo punto il coinvolgimento emotivo è talmente alto che uno non può far altro che investire nella speranza appunto di concludere qualcosa, perché affrontare la realtà di fronte a queste palesi avances non è affatto cosa facile. Però è letteralmente l’unico modo che abbiamo per poterci liberare di questi esseri così malefici e manipolatori. Questo e, verosimilmente, nutrirci a base di aglio che fra l’altro pare abbia poteri anche contro malattie e fantasmi, quindi io un pensierino ce lo farei.
E alla fine potete sempre pensare che chi ci soffrirà veramente sarà proprio The Profumierǝ che, perdendo voi vittime, perderà la sua principale fonte di gratificazione e si dovrà confrontare con il fatto che deve sapersela cavare da solǝ. Voi alla fine che perdete? Solo tempo ragazzi miei, solamente tempo prezioso correndo dietro a questa gente, tempo che potreste investire con persone migliori (qualora esistessero, si intende) o boh anche in un hobby qualsiasi.

E se proprio proprio vi manca qualcuno da adulare dopo aver sfanculato The Profumierǝ sappiate che io sono disponibile. E sono brava, vi friendzono subito.
Con i miei migliori auguri per la ricerca di un partner adeguato, vi saluto.

Myxozoa <3

Il vecchio gilet caldo

Partiamo dal fatto che fino ad ora non mi ero mai posta il problema di come si scriva la parola “gilet”. E questo costituisce indubbiamente il primo insegnamento di oggi: comunque vada la vita, ovunque ti colpisca la sfiga, non si smette mai di imparare.
Ma bando alle ciance e ciancio alle bande, cianciobandolando iniziamo subito allegramente con questo nuovo esemplare, che poi in realtà è il più conosciuto e il più tipico degli uomini fonte di disagio che possiamo incontrare sulla nostra strada.

Tutti noi teniamo nell’armadio capi d’abbigliamento che sappiamo bene che non useremo mai più. Dai pantaloni super skinny nei quali siamo riusciti ad entrare faticosamente un solo mese di una lontana estate e che speriamo di poter sfoggiare ancora prima o poi, al maglione ricamato e infeltrito che usiamo solo per scaldarci nei giorni della merla, alla maglietta plissettata che potremmo indossare solamente sbronze durante un viaggio nel tempo negli anni 2000. Pur sapendo che sono giunti alla fine della loro corsa e che mai più potremo realmente utilizzare questi abiti, li teniamo nell’armadio, forse per nostalgia, forse per affetto, forse perché li leghiamo a qualche ricordo particolare e temiamo che, scartandoli, il ricordo si perderà con loro. Tra tutti questi vestiti con la coda dell’occhio ho scorto proprio lui, il vecchio gilet caldo.

LE MODE CAMBIANO, E ANCHE NOI
C’è stato un tempo durante il quale questo gilet era di gran moda, lo sfoggiavamo con orgoglio ottenendo complimenti ogni volta che lo indossavamo. Ma questo gilet non era solo bello: sorprendentemente caldo e morbido era confortevole, non come tutti quegli altri vestiti che tendiamo ad indossare durante le serate che ci strizzano e poi si sollevano, s’arricciano e ci insalamano e quando arriviamo a casa desideriamo così tanto toglierli che ce li vorremmo strappare di dosso e buttarli per sempre, altro che tenerli che prima o poi ci entriamo di nuovo. Nono, il gilet non era niente di tutto ciò, era perfetto: bello, elegante, comodo e caldo. E chi chiede nulla di più?
A forza di indossarlo però si è logorato, hanno iniziato a comparire sempre più buchi e questi buchi, inizialmente piccoli e trascurabili, hanno iniziato ad essere sempre più grossi. E noi abbiamo dovuto metterlo dentro all’armadio dopo l’ultima lavatrice fatta con estrema cura per non infeltrirlo con la consapevolezza che difficilmente l’avremmo più tolto da lì.

DETTO ANCHE RIBOLLITA
Insomma una grande metafora per parlare della storia più nota e comune: l’ex che torna e che noi ci accolliamo. Ma dato che della minestra riscaldata in Toscana è stato fatto un piatto tipico, e io non voglio regalare a questa pratica una tale considerazione, ho deciso di cambiare metafora. Lo so, lo so, anche il vintage è di moda. Ma, se permettete, il nostro vintage è sempre di moda sugli altri. E il vintage degli altri è di moda su di noi. Per questo funzionano i negozi dell’usato. Noi non riutilizziamo i nostri stessi vecchi vestiti. Ed è proprio qui il punto: un ex lasciato magari non è da buttare, ma di certo non è da riprovare. Un uomo lasciato può solamente essere messo su vinted, magari con una bella recensione, dove qualche altra ragazza potrà vederlo, provarlo e, se le piace, tenerselo. Ma noi no, noi basta.

DUNQUE CHE SUCCEDE CON QUESTO GILET?
Allora, come sapete è tradizione condurre un’analisi approfondita sui di questi esemplari e cercare di mostrare le azioni secondo i due punti di vista: innaffiatoio e molliccio. In realtà dall’ultima volta ho deciso di essere più umile e togliermi la presunzione di sapere cosa pensano gli altri, ma non importa, il blog è mio e quindi scriverò assolutamente ciò che mi pare.
Ciò che accade è molto semplice. In questo caso siamo in presenza di un innaffiatoio molto abitudinario e decisamente poco intraprendente. Dopo un primo momento di distacco, stabilito perché né innaffiatoio né molliccio né nessun altro intorno a loro desiderava che la storia proseguisse, qualcosa nell’equazione “non stiamo più bene insieme dunque è meglio se non stiamo insieme” si rompe. E ciò che rompe tutto è la noia. La noia sconfinata di un innaffiatoio senza fiorellini e crede di stare in un deserto dove, al limite, può trovare un cactus spinoso. Come abbiamo detto, questo innaffiatoio è abitudinario e non gli piace tantissimo dover pregare il suo molliccio per trovare un qualsiasi altro fiore presente nel raggio di boh facciamo 100 km di aiuola; e il molliccio in questo non si dimostra diverso: lo sforzo mentale per passare da un fiore all’altro è assolutamente troppo elevato per lo scopo che vuole raggiungere. E così niente, dopo aver concluso una relazione già di per sè traballante, dopo aver vissuto la sofferenza che ciò comporta, lui torna indietro come se niente fosse con un solo scopo: innaffiare. Innaffiare il prato che conosciamo è davvero comodo, sai quanto bevono le piante che sono presenti, sai che tipo di terreno c’è, sai già quali sono le condizioni atmosferiche che caratterizzano questo specifico giardino. Quindi perché sforzarsi di migrare altrove? Qui la pappa è già pronta. Ed ecco che infatti la riscaldiamo, questa famosa minestra.

QUANDO SI DICE “METTERCI UNA PEZZA”
Ecco il problema è che per quanto si sforzi di rinnovarsi, il vecchio gilet non riesce a capire che le toppe non bastano per metterlo a nuovo. Infatti è così buco che non è più possibile distinguere chiaramente la sagoma dell’indumento, giusto giusto capiamo dove finisce una toppa e dove inizia un’altra. Per quanto si sforzi, il gilet non ci sta più bene, non è più comodo e non è più nemmeno caldo. E pure con tutta la buona volontà del mondo noi il gilet non lo vogliamo più, perché abbiamo scoperto che in realtà preferiamo che so io il pile oppure i maglioni o le felpe con il cappuccio, insomma a seconda dei gusti. Ormai il vecchio gilet caldo è solamente un gilet e pure bruttino.

E niente, basta, l’unico modo esistente per liberarsene è prenderlo e buttarlo. Figurativamente parlando ovvio. Questo si fa con i vestiti che non metteremo più e il nostro ex è decisamente un vestito che non vogliamo più indossare.

Quindi, da domani, shopping.

Baci da Myxozoa

L’eterno ritorno della Myxozoa

Ciao a tutti. Sono tornata

Ebbene sì, dopo più di un anno che ho accantonato il blog eccomi qui che torno per allietare i miei lettori con storie di vita brutta, uomini brutti, disagi e tante altre cosine che so che potete capire.

CHE COSA CI SIAMO PERSI NELL’ULTIMO ANNO?
Partiamo dal principio. Ho dovuto interrompere la mia attività di redattrice di sfighe quotidiane in quanto nel corso dello scorso hanno ho, nell’ordine, aperto una rivista amatoriale (di cui vi ho parlato in questo articolo e che, se vi fa piacere, potete trovare qui), trovato un lavoro, cambiato casa, trovato un fidanzato (che poi è sempre dentro alla categoria “uomini brutti” per la nostra guida “Uomini brutti e dove non trovarli” anche detta Rubrica Cuori Infranti), cambiato lavoro, cambiato casa, perso il fidanzato. Non in un tragico incidente, diciamo che mi ha consapevolmente persa lui, scaricandomi.

DA DOVE RICOMINCIAMO?
E così eccoci qui, cosa da sempre tiene vivo questo blog se non la presenza costante di disagio e sfiga all’interno della vita? E più di ogni altra cosa, sapete bene che tra i miei argomenti preferiti di divulgazione pseudoscientifica spicca la descrizione degli esemplari accuratamente osservati e sapientemente collezionati che puntualmente creano frustrazione in me. Così, un po’ per esorcizzare e un po’ per rendere edotte altre povere care che potrebbero incappare in esemplari paragonabili a quelli da me già studiati. Quale miglior momento dunque per riaprire il blog se non questo?

E infatti eccomi qui, un venerdì sera alle 22 passate quando, dopo lavoro, sola nella mia nuova casetta con i miei due gattini anzichè prepararmi ad uscire mi preparo a scrivere. Scriverò del mio ultimo pezzo da collezione? Ovviamente no. Sono ancora troppo emotivamente coinvolta per farlo. Ma, ehi, la fuori è pieno di disagio quindi di uomini brutti di cui raccontare ce n’è proprio a bizzeffe. Oltre al fatto che comunque la sfiga ancora mi perseguita e il mio modo bizzarro e stupefatto di approcciarmi ad ogni fatto della vita è rimasto invariato.

Myxozoa is back bitchezzz <3

Vi presento un nuovo progetto

Buongiorno a tutti miei cari, come state? Sì, dovrei cambiare frase di apertura, perché questa è stantia e comunque non mi risponde mai nessuno. Comunque oggi farò un articoletto (vedremo se sarà breve o no alla fine della stesura – spoiler dalla revisione: no – ma dato quanto sono prolissa e la lunghezza dei miei incisi dubito di poter scrivere qualcosa di corto) per presentarvi un nuovo progetto editoriale, slegato in realtà dal blog.

Overthinker

Chi mi conosce probabilmente sa che sono una ragazza che pensa sempre un sacco. E con “un sacco” intendo che passo molte notti a chiedermi cose come “Ma ‘anomalo’ e ‘anomia’ avranno la stessa radice?” o “Esiste un numero composto solo di cifre uguali fra loro diverse da 1 che sia primo?”, insomma cose magiche. Conosco la risposta a tali quesiti, ma non ve la dirò così potete godervi anche voi la sensazionale attività detta “overthinking”, di cui non conosco la traduzione italiana.
Ovviamente non penso solamente a cose pazze e insensate, ma anche a progetti interessanti, come la mia famosa invenzione durante i primi periodi di covid, ovvero lo spazzolino-termometro, che misura la temperatura corporea ogni volta che ti lavi i denti. Purtroppo non è vero che è famosa, infatti nessuno ha creduto abbastanza in me e nella mia creatività da progettarlo e brevettarlo, ed è per questo che non possiamo monitorare costantemente la nostra temperatura a meno di non passare 5 minuti al giorno fermi con un termometro sotto l’ascella o di andare ogni giorno in un negozio solamente per misurarci la febbre.
Tuttavia, fra le tante idee irrealizzabili ogni tanto ne ho una buona che si può salvare, ed è proprio questo il caso.

Di necessità virtù, detto anche: se non trovo quello che cerco me lo invento

Un’altra mia caratteristica (non innata ma sviluppata in anni di sfiga) è quella di fare di necessità virtù. Come sapete, nell’ultimo anno ho cercato lavoro, trovando serie difficoltà. Non è il caso di riprendere in mano la questione, piuttosto spiacevole che devo dire è andata solo peggiorando per quanto riguarda il ventaglio di persone maleducate con cui mi sono interfacciata, ma comunque sia sono ancora disoccupata. Tra le varie mansioni per cui ho mandato candidature c’è anche quella di scrittrice di articoli per riviste più o meno note, alle quali ho inviato sia il curriculum, sia qualche indicazione sulla mia tesi che un portfolio contenente alcuni articoli ben selezionati tratti da questo stesso blog. Risultato: assolutamente nessuno. Allora. E qui serve un punto per fare un grande respiro sennò urlo. Ho passato 3 anni abbondantini (contando il parto e successivo periodo di prova fino allo svezzamento che è stata la mia tesi, per la cui ricerca e stesura ho utilizzato almeno un anno di vita) a studiare cose che in questo momento mi forniscono un certo livello di conoscenza ma nessun tipo di competenza utile a trovare lavoro in nessun ambito lavorativo esistente. Ma ho comunque qualcosa da dire, di cui posso parlare con consapevolezza, che potrebbe anche essere interessante per il pubblico. Quindi se proprio nessuna rivista esistente mi vuole prendere manco per sbaglio, manco come freelancer (pagata comunque così poco che non rientrerei nei costi dell’elettricità per tenere acceso il computer mentre scrivo), bene, la rivista me la creo da sola.

La rivista

E così, quest’inverno, nella giga disperazione di non trovare lavoro, aver finito l’università senza sapere cosa fare della mia vita, affrontando tra me e me, giorno per giorno, quelle che vivo come grandi ingiustizie della vita (tipo le politiche lavorative di negozi e supermercati) è nata in me l’idea di creare una rivista. In realtà l’idea l’avevo già avuta durante la nostra prima quarantena familiare, infinita e tediosa, e consisteva nella creazione di una rivista fisica, con carta fatta in casa da me, foto fatte da mia sorella Aghino, rilegatura in pelle fatta da mia sorella Martù (che lavora il cuoio a tempo perso) e vestiti creati appositamente per l’occasione da mio fratello Elio. Disponibile in un’unica copia alla modica cifra di 1000 euro. Purtroppo per me nessuno di loro ha accolto quest’iniziativa che però mi è rimasta impressa come un tarlo che stimola la mia mente già laboriosa di suo e quindi, alla fine, ne ho ricavato l’idea che mi serviva per esprimere ciò che so e credo potrei voler dire al mondo attraverso un progetto di redazione online. Ho così contattato alcuni amici fidati, per chiedergli se potesse piacergli l’idea e se conoscessero qualcuno che avrebbe potuto o voluto partecipare. I requisiti sono pochi: sapere ciò di cui stai parlando ed essere affidabile (perché altrimenti gestire la pubblicazione di tanti articoli scritti da tante persone diverse diventerebbe un delirio e io ho lo sbatti di fare tante cose ma quella di correre dietro alla gente non è esattamente una mia dote).

I Chicchi Integrali

Inutile dire che le idee sono tutte sempre molto belle, ma da soli si fa ben poco. E infatti se sto scrivendo questo articolo è perché ho ricevuto sostegno nell’avvio di questo progetto (purtroppo non economico, quello è l’unico aspetto della mia vita che pare voler rimanere in una situazione di stallo, si vede che l’entropia prevede la mia povertà costante per mantenere l’universo in equilibrio) ma, soprattutto, risposte positive da quelli che ad oggi sono gli altri collaboratori e tutte le persone che attualmente gravitano attorno al progetto poiché interessati a parteciparvi. L’idea è semplice: scrivere brevi articoli a carattere informativo e divulgativo su tanti argomenti, quelli di cui ognuno sente di poter parlare perché ha le conoscenze per farlo. Se sai parlare di astrofisica ben venga, ma se anche vuoi parlarmi di sport o di come ristrutturare mobili antichi la tua conoscenza è sicuramente un valore aggiunto. Sì perché da qualche parte nel mondo qualcuno sarà interessato a capirci qualcosa di fisica e universo (sto parlando di me che non capisco nemmeno la fisica classica) senza doversi pippare tomi esagerati e scritti in modo difficile, ma qualcun altro potrà voler sistemare la gamba di un tavolo ereditato, qualcuno vorrà capire gli schemi della pallavolo perché qualche sadico ha inserito le verifiche teoriche di educazione fisica, e qualcun altro ancora vorrà sapere come coltivare dei fiori che gli sono stati regalati, perché di solito se li compri sai anche un minimo come curarli. L’unica cosa di cui ho scelto di non parlare, concordando con le altre persone che partecipano al progetto, è l’attualità, perché ne parlano già tutti, e quindi è un mercato saturo, e perché comunque è molto difficile analizzare in modo completo una situazione a caldo.

Quindi partiamo?

Dunque, da settimana prossima troverete online la nostra (per ora piccola) rivista, sulla quale cercheremo di inserire informazioni che troviamo utili o interessanti ogni due settimane. Spero che questo progetto possa piacervi come vi piace blog, che comunque continuerà ad esistere perché io non ce la faccio a fare la seria e a non sfogare la mia frustrazione attraverso la presa in giro di tutto ciò che non mi piace, quindi non preoccupatevi che la vostra amata Myxozoa non è intenzionata ad abbandonare questi schermi.

P. S. ci sono in cantiere anche novità legate al blog (so che ve le spammo da una vita e ormai non mi credete più), che però trovo più complicate da portare a termine e quindi per adesso mi limito a scrivervi le mie cosette e a deliziarvi con i Chicchi Integrali.

Se vi farà piacere seguirci ci vedremo anche in altre forme su un altro sito e con altri temini di cui parlare, altrimenti ci vediamo al mio prossimo articolo.
Che ve lo dico a fare, tutto questo sempre per un mondo migliore.

Un saluto affettuoso dalla vostra Myxozoa

Ristrutturazione in zona rossa

Ebbene sì, ci risiamo. Lo scorso anno si aggirava come uno spettro, ma non era il comunismo, era lockdown; quest’anno è pure rosso ma ancora non è comunismo, accidentaccio, e nemmeno lockdown, che è diventata una parola da non dire, come “Voldemort” o Massaciuccez; quindi è zona rosso scuro, come il sangue praticamente, che è quello che ci sta facendo perdere in una lunga agonia verso la morte causata dal tedio del momento. Comunque abbiamo una sola certezza: se moriremo di qualcosa sicuramente questo qualcosa non sarà la fame, perché pare che cucinare senza sosta sia l’attività numero uno per tutti gli italiani chiusi in casa (gli altri nel mondo non so dirvi), ed è proprio per questo che, come potete intuire dal titolo, oggi non vi parlerò di cucina, bensì di ristrutturazione.

Abbiamo deciso di passare il nostro tempo perso alla grande, senza yoga e giochi di draghi online come lo scorso anno, arrivando direttamente al penultimo punto della mia lista di idee su come ammazzare il tempo in lockdown – o l’ultimo delle cose che sono effettivamente realizzabili (notare che ero avveduta e la chiamavo già zona rossa, quindi i consigli valgono anche quest’anno). Così abbiamo deciso, pezzo per pezzo, di ridare un senso alla nostra abitazione, dove viviamo già da 20 anni ma che necessita di qualche miglioria che la rendano adeguata alla presenza di 6 adulti, visto che quando è stata creata dai miei noi eravamo solo piccoli pargoli e mio fratello in realtà non era neanche un fratello ma solo due mezze cellule con mezzo patrimonio genetico, una delle quali probabilmente non ancora generata. E da dove partire se non dalla zona ovviamente più utile della casa? Esatto, proprio da lì, dal balcone.

Un lavoro luuunghiiiisssimo

Dunque ora vi dirò alcuni segreti necessari se volete anche voi seguire le nostre orme e cimentarvi nel cambiare cose di casa vostra. Allora, tanto per cominciare, non fatelo. No sul serio, non fatelo. Vi faccio capire in termini di tempi cosa può significare: il nostro balcone è 2 m per 3 neanche (piccolo insomma) e ci abbiamo pensato per un anno, ci ho messo una settimana a mettere a punto e disegnare un progetto (pieno di falle perché non sono né un ingegnere né un architetto e dunque il disegno in prospettiva lo fa sembrare tipo un corridoio) ed è da più di una settimana che ci lavoriamo in modo pratico. Spoiler: non siamo neanche a metà dei lavori.

Di cosa avete bisogno

Se non seguite il primo consiglio, ve ne darò altri per rendere piacevole questo lavoro. Allora, intanto armatevi di un amico, un fratello, un modello di cartone a grandezza naturale che vi tenga compagnia perché sì, passare del tempo da soli è piacevole ma fidatevi che lavorare tanto senza compagnia dopo un po’ annoia e fa venire voglia di smettere e di dormire. Secondo, armatevi di pazienza: vi assicuro che gli imprevisti che vi faranno perdere tempo sono molti più di quelli che potete immaginare e sono anche incredibilmente inverosimili. Aspettatevi di tutto, dalla pioggia che arriva da un momento all’altro e dura 5 minuti proprio mentre state pitturando, al gatto che vi lascia orme di pittura per tutta la casa, alla vernice che si apre e si sfalda mezz’ora dopo che l’avete messa. La cosa migliore è che si è portata via vari strati di verniciature decennali sottostanti, come quando metti uno strato di smalto sopra uno strato vecchio perché sei un* furbett* o magari hai finito l’acetone e pensi che nessuno ti veda ma qualche Dio e l’anima di un’estetista da lassù ti guardano e ti giudicano e pensano “Non impara mai niente” e infatti poi ti si crepa e si toglie tutto dopo due minuti. E infatti è successo proprio così sulla mia finestra, ma a mia discolpa mettere nuova vernice su quella vecchia è una pratica normalissima anche perché scartavetrare il muro non è piacevole. Anzi, dato che ho dovuto fare anche quello, oltre che stuccare e scartavetrare lo stucco che non si lascia scartavetrare perché è un ossoduro (ma invece l’intonaco intorno è vecchio e decadente e si stacca rendendo il passaggio fra i due persino più evidente), posso descrivervi con precisione la sensazione che questa azione provoca: pensate di mordere una salvietta. Ora, pensate di mordere una salvietta ma per tre ore di fila, due giorni di seguito. Buona giornata di brividi amici.

Fidatevi delle scale

Parlando di vernici e stucco, vorrei darvi alcuni consigli anche su questo (anche perché fino ad ora abbiamo pulito e pitturato e fine).
Dunque le scale sono infide, ma saranno le vostre migliori amiche. So a cosa state pensando “Il soffitto non è poi così alto, se salgo su una sedia e mi sporgo un po’ sicuramente ci arrivo in quell’angolo lassù sopra il mobile”. Oh sì che ci arrivate, ma avete mai sollevato una pennellessa piena di colore? Evidentemente no, altrimenti sapreste che semplicemente non potete sollevarla perché il suo peso è pari a quello di un buco nero. Anche se sollevate i bilancieri, non riuscirete a portare così in alto la pennellessa e avere la forza necessaria per muoverla con precisione, quindi è molto meglio salire sull’ultimo gradino delle scale (anche se traballanti sono pensate proprio per farci stare su la gente, tranquilli che vi reggono) e pitturare con un po’ più di agio. In più starci sopra vi farà allenare tantissimi muscoli, soprattutto quelli che non sapevate di avere, come quelli delle piante dei piedi per mantenervi in equilibrio: io vi giuro che mi stanno diventando prensili ormai e comunque non sapevo che sensazione potesse dare l’acido lattico sotto ai piedi, ma come potete intuire l’aggettivo più appropriato è semplicemente “brutta”.

Lo sport

Ma a proposito di sforzi e muscoli, vi assicuro che pitturare è un’ottima palestra se non andate in palestra. Allora partiamo dal principio: trasportare la tola di pittura (da qui in poi: “tola”=contenitore grande della pittura, “tolina”=contenitore piccolo della pittura). C’è scritto sopra “20 litri” ma non fatevi ingannare, i litri sono 8 e pesano comunque 4 tonnellate. Trasportare una tola di vernice vi autorizza a mangiare una teglia di lasagne da sol*, perché è quella l’energia che state usando. Se poi (come noi) dovete farci anche le scale sentitevi pure liberi di non fare nient’altro per l’intera giornata. Dopo aver portato la pittura nella stanza desiderata la dovete mescolare e poi diluire con una quantità precisa d’acqua. Precisa si fa per dire, perché io i contenitori per pittura con le misure ancora non li ho trovati e fare a occhio non funziona mai; per di più sono espresse in percentuali approssimative quindi capitemi, un disastro puro. Se pensate che mescolare ‘sta soluzione sia più o meno come quando girate una vellutata con troppo formaggio dentro vi sbagliate: quello che vi accingete a muovere è un fluido che ha la stessa consistenza densa e pesante della nebbia padana, che come dicono le leggende si taglia con il coltello. Inoltre scrivono “diluire” ma senza dirti che quella roba non è diluibile e l’acqua vuole con tutto il cuore stare sopra e la pittura sotto e voi rimestate questa roba con la stessa forza ed esperienza di anni passati in cucina a fare la polenta ma niente, non si unisce. Non vi resta che usare le mani, unica soluzione che posso dirvi con certezza che funziona.

Culi di marmo in arrivo

Ma i vostri sforzi fisici non sono giunti al termine. Vi ricordate le scale di cui parlavo sopra? Allora intanto aprirle, sollevarle, posizionarle e tutto non è uno scherzo. Poi dovete sapere che oltre che tenere i piedi a lunetta per avere stabilità, mantenere l’equilibrio lì sopra richiede sforzi che riguardano tutto il corpo. Innanzitutto si tiene il culo durissimo proprio chiappe di marmo assicurate con due giorni di imbiancatura contro una settimana di squat. Poi se avete la sfortuna (come noi) di dover condividere una sola tolina di pittura con un altro familiare che fa altri profili dovrete costantemente salire e scendere ogni volta che finite la pittura che avete sul pennellino. Se invece siete soli o egoisti e non condividete niente, ma dovete usare le scale senza l’appoggino per tenere su la tola (perché sono basse) vi dedico questo trucchetto: tenetevi un rialzo (io uso un’altra scala perché sono un’appassionata, dopo questa ristrutturazione potrò essere definita una sommelier delle scale) così invece che scendere ogni volta di dieci gradini, scendete solo di 6. Se poi fate anche i profili bassi, vi dovete pure accucciare spesso e con mosse degne dei migliori contorsionisti, quindi avete anche lo stretching finale, tutto al prezzo di uno.

Io ve l’avevo detto: coprite bene

Allora non sottovalutate mai la copertura di ogni superficie che potrebbe sporcarsi. Quando pitturate dovete tenere a mente che esiste una sola regola valida e sempre vera: se non esiste una legge fisica per la quale è impossibile che una goccia cada proprio lì, allora dovete coprire quel punto. E se non lo coprite la goccia cadrà proprio lì. Sì, anche se è un buchino minuscolo, statemi a sentire: copritelo. Ciò che non coprite dovrà essere pulito in seguito e fidatevi che è uno sbattimento notevole. Già a coprire probabilmente sporcherete comunque, ma se coprite male andrà cento volte peggio. E quando la vostra pigrizia vi dice “Ma no dai, qui non si sporcherà” uccidetela e coprite. E se non è la vostra pigrizia ma vostra sorella o vostro fratello, cacciatel* e non fatel* lavorare con voi.

Casa vostra è anche casa dei vostri ragni

Se avete paura dei ragni semplicemente mollate. Cioè io ho paura ma poi mi abituo; se proprio vi paralizzate, questo lavoro non fa per voi. Perché comunque la vostra casa è anche la casa dei ragni, che si scocciano se li disturbate con aspirapolveri scotch e pennelli e se ne escono e poi ve li ritrovate ovunque; il posto preferito dei nostri ragni è il bagno, li ritroviamo tutti lì. Però sappiate che alcuni di loro fanno un ottimo lavoro di pulizia da altri insetti e vi mangiano cimici e camole, quindi se ve li tenete avrete meno puzza, meno piante smangiucchiate e meno farfalline nella vostra farina.

Linee generali

Comunque le cose da tenere a mente sono:
la mattina è inspiegabilmente più lunga del pomeriggio, quindi meglio lavorare appena svegli che dopo mangiato;
-evitate di avere queste idee in inverno come faccio io perché lavorare bagnati di acqua e vernice al freddo non è bello;
-se vi spiaceva non poter uscire perché le mascherine comprate ora non hanno più un senso, a sgomberare lo riacquistano subito;
gli occhialini da piscina riparano benissimo dalla polvere ma non si vede una mazza;
-dovrete costantemente combattere contro la stanchezza che sentite, perché dopo alcuni giorni non ce la farete davvero a ricominciare a lavorare e lo sforzo mentale per mettervici sarà triplo.

Ma è veramente un lavoro appagante, i risultati si vedono in fretta e soprattutto ho sempre una scusa per chiedere ai miei familiari di prepararmi un aperitivo: me lo merito.

Se la situazione si farà interessante vi scriverò nuove cose, per ora sul fronte pittura è tuttoo, buoni lavori a tutti.